Corriere dello Sport
7. lokakuuta 2026

Il coraggio, le intuizioni e il feeling con gli azzurri: l’impennata dopo quel ko all’esordio con il Belgio. La sua Bologna lo applaude: "Ora portaci al Mondiale"

Mezzanotte e dintorni, stadio Dall’Ara: sbuca Mancio con il trolley, giacca blu e maglioncino sulle spalle. Una banda di ragazzi con le maglie dell’Italia è in attesa. Lo fermano. Foto e selfie.
«Grande mister, ora portaci al Mondiale». Roberto sorride, è rilassato e pieno di orgoglio dopo 15 giorni di tensione, lavoro feroce sul campo e qualche piccola ferita, perché si era preparato tutta l’estate a un certo tipo di domande, ma non pensava di essere travolto dalle critiche e da un killeraggio scientifico dopo il ko all’esordio con il Belgio.
Ok, brutto primo tempo, ma i Diavoli Rossi di De Bruyne sono ottavi nel ranking Fifa e ai quarti del Mondiale americano erano stati fermati dai campioni della Spagna. L’Italia, piena di paure, si era radunata 72 ore prima.
Un allenamento solo per impostare la rivoluzione dentro uno stage, mica penserete fosse una convocazione tradizionale, con 34 azzurri insieme per la prima volta. Mezzanotte e dintorni, ancora al Dall’Ara. Mancio parla di Vergara e dei suoi nuovi gioielli. Lo ferma un drappello di cronisti turchi.
Altre foto, nuovi abbracci. Ha lasciato il segno a Istanbul, quando allenava il Galatasaray. «In Turchia mi vogliono bene» dice con un filo di malinconia. Lo sa benissimo, è diventato un ct divisivo.

Chissà se gli perdoneranno mai l’addio per l’Arabia Saudita e il suo ritorno, bramato e sospirato a lungo. Gravina, dopo l’esonero di Spalletti e il no di Ranieri (ancora legato alla Roma), ci pensò una notte, evitando di cadere in tentazione per tanti e troppi motivi.
La panchina azzurra finì a Gattuso, già bloccato per l’U21 e qualche giorno dopo affidata a Silvio Baldini. È stato meglio così per Roby. Ha aspettato altri quindici mesi prima di rientrare al momento giusto con uno spirito, una determinazione e una luce diversa negli occhi, forse smarrita dopo il capolavoro di Wembley.
Lo sport è così, produce stimoli, servono fame e motivazioni. «Ci fosse stato Luca non me ne sarei mai andato» ha raccontato più di una volta Mancio, abbindolato nell’estate 2023 dai dollari arabi in un momento di debolezza e di fragilità professionali. Non era casuale il riferimento della scorsa notte, quando gli chiedevano cosa gli fosse mancato tornando a Coverciano.
«Mi è mancato Luca Vialli. È stato qualcosa di speciale per me anche da dirigente della Nazionale. Ci ho pensato tanto a Coverciano. Mi è capitato salendo sul pullman per venire a giocare a Roma. Ogni volta faceva finta di essere in ritardo». Lo aiutava a tenere su il gruppo.
Ora ci pensano Oriali, Bonucci e Gagliardi a ricreare quel clima. Bollini è il ponte verso i giovani. Maccarone, vice fidato all’Al Sadd, sono i suoi occhi in tribuna per le partite ufficiali. «Mi è piaciuto il modo in cui la squadra è stata insieme e ha fatto gruppo».
Nel calcio di Mancio la chiave psicologica viene al primo posto: “divertitevi” lo diceva ai campioni di Wembley prima della finale per il titolo e alla Lazio quando era esplosa la crisi finanziaria del gruppo Cragnotti. Così ha tolto pressione alla Nazionale, scossa dalla notte di Zenica.
Coraggio, fiducia, duttilità tattica e voglia di attaccare, perché ti diverti se giochi bene e riesci a segnare. Mancio ha rimesso la tecnica al centro del villaggio. Ha chiesto e ottenuto disponibilità. I centravanti come Kean, Sebastiano Esposito, Raspadori e Maldini fanno le ali e rientrano come fossero terzini.
Barella resta a Coverciano senza fiatare. Dentro ci sono le sue intuizioni, il sapere calcistico che lo porta a immaginare Fagioli mezzala “alla Verratti” o Vergara ala destra “alla Fiore”. Perché un briciolo di classe serve e un trequartista si può impiegare sulla fascia con licenza di accentrarsi.
Sacchi non derogava dal 4-4-2. Il 4-3-3 di Mancini può diventare 3-rombo-3. Così, palleggiando, abbiamo stordito e segnato quattro gol alla Turchia a Bursa. Un’Italia così non si vedeva da cinque anni.
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