Gazzetta dello Sport
25 בספטמבר 2026

Tornare, spesso, è come chiudere un cerchio o, almeno, questa è la molla che spinge a riprendere in mano un discorso interrotto più o meno bruscamente, più o meno con la giusta consapevolezza. Sulla panchina della Nazionale, lungo una storia infinita, due sono stati i “grandi ritorni”, il terzo è quello che vede al centro Roberto Mancini.
Primo: tutto ruota attorno alla figura di Vittorio Pozzo. Secondo: tutto gira attorno al nome di Marcello Lippi. Come sono andate le due richiamate alla corte azzurra? Bene, benissimo se si parla dell’alpino Pozzo, male, molto male se sulla scena si materializza il bis del commissario tecnico della notte di Berlino 2006.

Pozzo sale in cattedra nel 1912, torna in regia nel 1924 e apre la stagione d’oro nel 1929 quando nel giro di un decennio la nostra bacheca è abbellita da due Mondiali, 1934 e 1938, un Oro Olimpico, 1936, e da due Coppe Internazionali, 1930 e 1935, che oggi chiameremmo Campionati Europei: l’allenatore che diede vita per primo alla consuetudine dei ritiri in attesa delle partite – luoghi o posti spartani in ossequio alla formazione del tecnico piemontese – può raccontare, così, ben due ritorni alla guida dell’Italia anche se le finestre del 1912 e del 1924 furono legate alla nostra partecipazione ai Giochi, di Stoccolma e, poi, Parigi.
Pozzo non vinse alla prima, non ci riuscì alla seconda, sparigliò avversari e ostacoli alla terza: si trattava di un calcio nuovo perché nuovo era il fenomeno e l’interesse della gente e della popolazione, ma pur sempre di schemi, metodi, movimenti si parlava. Lippi non ha vinto alla prima, ha stravinto portandoci sul tetto del Mondo ventiquattro stagioni dopo Spagna ’82 con un gruppo di eroi che avevano la stessa faccia e la stessa testa del loro condottiero.
Ma Lippi non ha perso, ha perso in modo fragoroso alla seconda uscendo, nel 2010, da una Coppa del Mondo in Sudafrica che ci vedeva in un girone a quattro con Paraguay (1-1), Nuova Zelanda (1-1) e Slovenia (3-2 per loro). “Ho sbagliato a tornare…ma avevo un debito di riconoscenza verso i miei ragazzi, e non solo…”, dirà, a giochi non fatti, Marcello.
Preso il posto di Roberto Donadoni, Lippi ri-debuttò a Nizza, Austria davanti, 2-2 il verdetto: quell’Italia, la prima del bis, era rimasta tra le mani dei campioni del 2006, Buffon, Zambrotta, Barzagli, Grosso, De Rossi, Pirlo, Gattuso, Gilardino, Del Piero titolari, Perrotta in corso d’opera.
Sette vittorie e tre pareggi: il bottino del commissario tecnico più bravo al mondo nel 2006 lungo il cammino verso il Sudafrica dove arrivò una comitiva azzurra senza i possibili candidati Miccoli, Cassano, Balotelli, troppo lontani dagli equilibri del gruppo, e che aveva perso già per strada calibri come Nesta e Totti per scelte individuali e personali.
Lippi portò al Mondiale Bocchetti e Pepe, quest’ultimo per emulare il Perrotta di Germania. Marcello lasciò a casa Giuseppe Rossi pentendosi, poi, della decisione presa e, a casa, rimase anche Borriello per buona pace della bella stagione disputata. Doveva andare così: uno schiaffo in faccia dagli sloveni e tutti in Italia. Pozzo visse un ritorno della luce di un diamante, Lippi no.

כתבה מאת Gazzetta dello Sport. GoalingBreak מציגה את הטקסט לנוחות הקריאה: כל הזכויות נשמרות למוציא לאור.
קרא במקור →