Gazzetta dello Sport
12. listopada 2026.

“Tutti sanno che ho avuto una stagione difficile lo scorso anno, con l’altro allenatore, ora sento la fiducia del mister, sento che crede in me, quindi devo dimostrare in ogni partita, in ogni minuto di gioco”. Sono le parole di Noa Lang nel post-gara con il Frosinone al Maradona, ma a parlare sarebbero potuti essere almeno un altro paio di giocatori azzurri.
L’atteggiamento svampito e il look sui generis trae in inganno: a togliersi i sassolini dalla scarpa sulla gestione Conte, non è stato solo il “ribelle” Lang, ma anche il morigerato De Bruyne, il blasonato Lukaku, il giovane Hojlund (tra le righe) e, indirettamente, anche il taciturno Meret.
Noa è stato, senza dubbio il più coerente ed esplicito, fin dai primi mesi in azzurro. Quando la sua avventura al Napoli era ancora tutta da scrivere, si è lasciato andare ad un duro sfogo dopo la sconfitta per 6-2 contro il suo ex Psv Eindhoven: “Ogni calciatore vuole giocare, per noi è tutto, non so cos’altro fare. È meglio non dire nulla. Ho firmato un contratto qui e devo accettarlo così com’è. Non ho altra scelta. Il rapporto con Conte? Ci ho parlato solo una volta…”.
È stata la prima invettiva pubblica di Noa Lang contro Conte: compromettente, vista la cessione in prestito a gennaio. Nonostante tutto, Lang non ha mai smesso di esprimere il proprio punto di vista, a costo di beccarsi valanghe di critiche.
Dalla Turchia ha confermato la prima versione: “Non è scattato il feeling con l’allenatore, non sono un tipo che va via dopo sei mesi. Nove persone su dieci al Napoli non volevano che me ne andassi”. Ora Lang è tornato per restare, perché l’alchimia mai scattata con Conte, sembra essere sbocciata con Allegri.

La stessa promessa d’amore al Napoli è stata consegnata ai social anche dall’insospettabile Rafa Marin: “Sono tornato per restare. Ho una voglia enorme di dimostrarlo in campo”. Il difensore spagnolo con Conte ha vestito la maglia da titolare in serie A solo in occasione del risicato 1-0 contro il Monza, nella primavera della stagione del quarto scudetto, prima di fare la valigia direzione Villareal, dove ha iniziato il proprio riscatto in prestito.
Tra i meno espliciti, Alex Meret, che in linea con il personaggio non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche al veleno, ma che non deve aver gradito l’arrivo di un co-titolare come Milinkovic-Savic, soprattutto all’indomani del quarto Scudetto, conquistato da protagonista.
“Meret come Lukaku sono giocatori di alto livello, è normale che dovrebbero giocare tutte le partite nei grandi club. Vi svelo un retroscena: quando eravamo in scadenza di contratto dopo lo scudetto, mi chiamò Conte per dirmi di aver chiesto il rinnovo di Alex, ma anche l’arrivo di un altro portiere con caratteristiche diverse”, a sbottonarsi è stato l’agente Federico Pastorello, ai microfoni di Sky, dal Maybourne Riviera Hotel di Monte Carlo, a margine della scorsa stagione.
Ebbene, Meret (senza mai nominare Conte) ha confermato la personale rinascita con Max: “Fa del suo lato umano una grande arma, è molto presente anche fuori dal campo e ci fa stare bene”. Tranquillità che ha riacquistato anche Rasmus Hojlund. Seppur tra i preferiti di Conte, considerato un “potenziale crack”, non ha brillato eccessivamente alla sua prima stagione in azzurro.
Il danese ci ha tenuto a precisare alcuni dettagli di campo. Al termine della gara persa per 2-1 col Como, ha ammesso ai microfoni di Dazn: “L’anno scorso Conte era molto fissato sul difendere la palla spalle alla porta, ora ho un po’ più di libertà…”.

E a proposito di difesa della palla spalle alla porta, non si può non pensare a Romelu Lukaku. Giocare di sponda è stato il marchio di fabbrica della stagione del quarto scudetto, il movimento che Conte gli ha cucito addosso prima ancora di allenarlo in azzurro.
Ha funzionato alla perfezione, così come il rapporto tra Big Rom e l’ex allenatore del Napoli, viscerale, di padre in figlio (calcisticamente). Eppure, l’infortunio nel ritiro pre-campionato dello scorso anno ha rovinato l’intera stagione al belga e mandato in frantumi il rapporto decennale col tecnico.
Poche parole, fatti, ripicche e tantissimi silenzi, che hanno pesato più di pubbliche invettive. Quella appena conclusa è stata per Romelu una stagione decisamente difficile: non solo la lesione del retto femorale e la scomparsa del padre, al rientro a Napoli non ha trovato lo spazio che sperava, totalizzando un centinaio di minuti di gioco.
Un’annata condita da permessi per riatletizzarsi in Belgio, incontri saltati a Castel Volturno (“Il mio ufficio era lì, ma nessuno ha bussato alla porta”, ha dichiarato Conte) e una buona dose di rancore. Ci ha pensato Big Rom, al termine del campionato, a stemperare la questione, ai microfoni di Sky: “Ho chiesto scusa a Conte, spero abbia capito…”.
Senza rimorso, invece, il glaciale Kevin De Bruyne, che alla notizia dell’addio dell'ex tecnico azzurro ha sentenziato: “Sono contento sia andato via, per me non doveva restare. Quest’anno ho capito quanto sia importante il modo di giocare, deve essere divertente e questo mi è mancato. Conte ha una visione del calcio molto diversa dalla mia, con lui non ho mai giocato nel mio ruolo”.
Le parole dell’ex City, rilasciate a maggio scorso al portale belga nieuwsblad.be, hanno lasciato davvero poco spazio alle interpretazioni. Inequivocabile, l’insofferenza del centrocampista durante la gestione Conte (avvalorata da numeri non eccezionali), evidente l’appagamento con Massimiliano Allegri. Sono cambiati i toni, gli atteggiamenti, lo spirito di sacrificio: sono tornati anche i suoi sporadici sorrisi.
“Non sono come il vino, dieci anni fa ero molto meglio, ma i ragazzi mi stanno aiutando tanto. Fin quando non lascerò il calcio proverò a prendere il più possibile. Questo sport mi diverte…”, ha ammesso Kevin ai microfoni di Danz nel post-gara al Maradona contro il Frosinone. Leader, onnipresente e con la palma di Mvp in mano, Kevin De Bruyne è l’esempio lampante del cambio di rotta operato da Allegri: la fiducia del nuovo corso si respira ovunque, dallo spogliatoio al campo.
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