Gazzetta dello Sport
2026. október 2.

Ci sono grandi amori che, come nelle migliori canzoni italiane, fanno giri immensi e poi si rincontrano. E poi ci sono quelli che grandi amori magari non lo sono stati, ma che per qualche motivo ti restano dentro. Massimiliano Mirabelli e il Milan appartengono decisamente alla seconda categoria.
A Milano l’ex direttore sportivo rossonero non è passato alla storia per l’impronta lasciata in quindici mesi di lavoro, ma nemmeno come l’uomo che ha distrutto tutto ciò che toccava. Anzi, in quella strana estate del 2017 e nel successivo inverno arrivò persino a sfiorare un colpo che, se fosse andato in porto, probabilmente oggi gli avrebbe garantito una statua a Milanello: Cristiano Ronaldo.
In un’altra vita, forse, CR7 sarebbe arrivato davvero al Milan. E considerando quel momento storico – il passaggio da Fininvest alla proprietà cinese - chissà, magari oggi parleremmo di Mirabelli in modo molto diverso.
Stamattina, invece, il suo Padova (Serie B, lui è responsabile dell'area tecnica) ha sfidato il Milan in amichevole a Milanello. Proprio lì, nel centro sportivo che ai tempi aveva vissuto a braccetto con Marco Fassone. Il passato, a volte, si ripresenta con intrecci molto particolari.

Partiamo dal contesto. Mirabelli è stato direttore sportivo e responsabile dell’area tecnica del Milan nella stagione 2017-18, quella conclusa con il sesto posto in Serie A, il cambio in panchina da Montella a Gattuso e una finale di Coppa Italia finita malissimo (4-0 con la Juve).
Ufficialmente entrò nell’organigramma rossonero nell’aprile 2017, anche se il lavoro era già cominciato mesi prima, quando a settembre erano stati definiti gli accordi per la cessione della società al gruppo cinese guidato da Li Yonghong e David Han Li. Era la fine dell’epoca Berlusconi-Fininvest e l’inizio del Milan versione Oriente.
E in quella rivoluzione Mirabelli era l’underdog perfetto: arrivava da capo osservatore dell’Inter - dove aveva individuato Murillo, Brozovic e Perisic -, passando poi da Ternana e Sunderland. Prima ancora aveva avuto esperienze da direttore sportivo a Cosenza e Rende, la sua città, dove era nato e aveva giocato a calcio fino a 26 anni. Era ancora un giovane dirigente.
E forse anche per questo, appena arrivato al Milan, ai confidenti più stretti ripeteva spesso: “Qui più di uno o due anni non resto, vedrete”. Il senso: prima o poi mi ritroverò i bastoni fra le ruote. Profetico. Quasi quanto alcune sue conferenze stampa.
Massimiliano visse un’epoca in cui il Milan attraversava una fase di enorme illusione e di transizione, molto diversa da quella di oggi ma accumunata dalla necessità di aprire un nuovo ciclo dopo anni passati lontano dalle zone nobili della classifica. Il ds lavorò a stretto contatto con Marco Fassone, il nuovo amministratore delegato subentrato ad Adriano Galliani.

Fassone-Mirabelli è stata molto più di una semplice coppia dirigenziale. Cult, verrebbe da dire. Fassone presentava i nuovi acquisti con il celeberrimo “e ora passiamo alle cose formali”, frase diventata rapidamente un tormentone e capace di dividere il popolo rossonero. L’estate 2017 fu segnata da undici acquisti: Bonucci, Musacchio, Rodriguez, Biglia, Borini, Kalinic, André Silva, Calhanoglu, Antonio Donnarumma, Kessie e Conti.
Una rivoluzione vera e propria, seguita da un’ondata d’entusiasmo dei tifosi. Oltre 230 milioni investiti, tra cui 42 per Bonucci, 38 per André Silva, 18 per Musacchio e così via. C’è chi lasciò un buon ricordo come Calhanoglu ma, soprattutto, Kessie, decisivo nel ritorno in Champions del Milan anni dopo e nella cavalcata scudetto 2022.
Il vero colpo dell’estate, in realtà, avrebbe dovuto essere Pierre-Emerick Aubameyang: “Un grandissimo giocatore che aveva voglia di venire al Milan, ma alcuni matrimoni si fanno in due”, spiegò Mirabelli. Difficile dargli torto, vedendo il curriculum: il gabonese, cresciuto anche nelle giovanili rossonere, arrivava da una stagione da 40 gol con il Borussia Dortmund.
Il Milan, alla fine, si accontentò con undici giocatori: la maggior parte si rivelarono dei flop. La cosa che probabilmente ha reso più orgoglioso Mirabelli nel suo lavoro è stato il rinnovo sudatissimo, di Donnarumma: è qualcosa che ha sempre considerato il suo capolavoro.
Mirabelli pagò soprattutto una comunicazione fin troppo profetica. Alla conferenza di inizio stagione 2017-18 disse che Cutrone poteva essere “la sorpresa da 30 gol”, che André Silva sarebbe diventato “uno degli attaccanti più forti al mondo” e che Kalinic era “affidabile e perfetto per il gioco di Montella”.
Il dettaglio che mancava era che Montella sarebbe rimasto in panchina appena 14 giornate. Poi arrivò Gattuso. E soprattutto arrivò gennaio. “Contattammo e trovammo pure l’accordo per portare Cristiano Ronaldo a Milano, la proprietà ci diede il consenso”, raccontò anni dopo, spiegando che a fare da sfondo c’erano alcuni problemi fiscali del portoghese col Real Madrid.
Dopo la finale di Champions di Cardiff contro la Juve, Mirabelli incontrò il portoghese: “Vengo al Milan, non ho mai fatto l’Europa League e vengo per vincerla”. Alla fine i cinesi si tirarono indietro e l’affare saltò.
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Nell’aprile 2018, mentre al Milan cominciavano a circolare voci di una possibile rivoluzione societaria, Mirabelli commentò con il suo stile: “Non mi sono mai attaccato alla poltrona, chi vuole viene e se la prende, se gliela danno”. La poltrona, alla fine, arrivò a qualcun altro. A luglio, dopo il passaggio della proprietà al fondo Elliott di Paul Singer, Mirabelli venne sollevato dall’incarico.
Nel suo saluto scrisse: “Questo Milan, consentitemelo, è una creatura che sento molto mia”. E probabilmente non aveva torto. Dopo l’addio, per quattro anni rimase fermo. Poi, nel gennaio 2022, eccolo ripartire dal Padova, subentrando a Sean Sogliano come ds.
In due stagioni ha riportato il club in Serie B dopo sei anni, portandosi dietro anche Antonio Donnarumma. Oggi la sua squadra ha affrontato un Milan molto diverso da quello che aveva lasciato lui, con una differenza: allora c’era un direttore sportivo alle prese con una rivoluzione, oggi in casa rossonera è una figura che, sotto la gestione RedBird, è stata (e resta) piuttosto problematica.
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