Gazzetta dello Sport
2026년 10월 11일

Vedere crollare come un castello di sabbia tutto ciò che la sua famiglia aveva costruito, nell’Angola devastata da una guerra civile che è costata la vita a tantissime persone. La fuga, l’urgenza di trovare una nuova casa e le porte aperte del Portogallo settentrionale, dove ricominciare da zero.
La vita di Vidigal è un viaggio fatto di cadute e ripartenze: tre squadre italiane - Napoli, Livorno e Udinese -, lo Sporting e la nazionale portoghese di Pauleta e Figo. Di momenti difficili ne ha vissuti tanti, compreso uno in cui ha rischiato di perdere la vita. Oggi, però, riesce persino a riderci su.
Partiamo dagli inizi. La fuga dalla guerra civile in Angola, un conflitto che provocò 500mila vittime.
"Sono momenti difficili da ricordare. Volevano far partire soltanto una parte dei figli, ma i miei genitori furono categorici: 'O partiamo tutti insieme o moriamo tutti qui in Angola'. Siamo arrivati in Portogallo senza conoscere nessuno e, per anni, abbiamo vissuto grazie al sostegno dello Stato e della Croce Rossa".
Famiglia numerosa, con il calcio che sarebbe diventato il mestiere di cinque fratelli. Era scritto che sarebbe andata così?
"Sono l’undicesimo di tredici figli e, come dicevi, cinque di noi hanno giocato nella Serie A portoghese. Da bambino, però, il mio sogno non era quello di fare il calciatore, come direbbero tanti. Tutto è nato grazie a mio fratello maggiore, il primo calciatore della famiglia".
Dalla crescita in Portogallo all'Italia, dove ha vestito anche la maglia del Napoli. Che cosa rappresenta per lei quell'esperienza?
"Napoli è stato un salto di qualità, in un calcio esigente e in un periodo complicatissimo per il club. Sapevamo di dover tenere viva la passione della gente".

Una squadra che attraversava tante difficoltà.
"I problemi erano tanti: eravamo appena tornati in Serie A, la situazione economica era complicata e la rosa non era particolarmente forte".
Con Edmundo diverse cose non funzionarono.
"Dal punto di vista tecnico, Edmundo avrebbe potuto darci una grande mano. Non era mentalmente nella condizione giusta per affrontare le difficoltà di quel Napoli. Personalmente ho sempre ragionato diversamente: andare in una squadra per aggiungere qualcosa, non per pretendere. È l'atteggiamento che ti permette di fare la differenza".
Un principio che vale anche quando si lavora con allenatori esigenti. Lei ha conosciuto Zeman: allenamenti pesanti?
"Zeman era molto esigente, certi allenamenti non riuscivi a finirli. Il suo era un calcio intenso, in cui vai a cercare l'avversario e provi a condizionarlo per tutta la partita. In alcune squadre di Gasperini ritrovo qualcosa di quella filosofia".
In Italia ha vissuto anche l'esperienza del Livorno, dove ha condiviso lo spogliatoio con Igor Protti, scomparso da qualche mese.
"Per me Igor era il Capitano. Anche a fine carriera lottava per dimostrare all'allenatore di meritare il posto. È l'immagine di un vero campione che porterò sempre nel cuore. Ha sofferto tanto e non lo meritava".
Capitolo Portogallo, dove ha vissuto anche esperienze internazionali importanti. Le Olimpiadi di Atlanta del 1996 rischiarono di trasformarsi in una tragedia.
"Affrontavamo il Brasile di Ronaldo, Rivaldo e Bebeto per il terzo posto alle Olimpiadi. Dopo ore di controlli antidoping, io e un compagno siamo partiti in ritardo e ho chiesto all'autista di accelerare: morivo di fame. Ci ha fermati la polizia e, quando sono sceso, un agente mi ha puntato la luce addosso e messo la mano sulla pistola: 'Fermati subito o sei finito'. Sono rimasto immobile per la paura. Fortunatamente sono qui a raccontarlo".

"Quando Cristiano era nelle giovanili dello Sporting, io mi trovavo già in prima squadra. Mi prendeva come modello fisico? Non ne ho mai parlato direttamente con lui. Forse è stato veramente così essendo ancora lui nelle giovanili".
Dalle vostre parti non si parla d'altro: il caso Ronaldo-Jorge Jesus.
"Vi prego basta (ride ndr.). L’allenatore ha fatto quello che doveva fare. Quando Ronaldo ha preso l’aereo di ritorno ho subito pensato che si sarebbe pentito di quello che stava facendo. Il comunicato che ha fatto non giustifica tante cose, Jesus ha detto di aver sbagliato ma da lì a farlo inginocchiare penso che sia una cosa che non esiste da nessuna parte".

Restiamo allo Sporting, dove ha vissuto anche una delle espulsioni più discusse della sua carriera: quella in Coppa Uefa contro il Bologna, dopo un contatto con Beppe Signori.
"Beppe aveva grande esperienza e aveva già messo in difficoltà il nostro centrale. Ho provato a sfidarlo, lui ha fatto una finta e mi è venuto addosso. Ho alzato le mani per proteggermi, ci siamo ritrovati faccia a faccia e lui è caduto. L'arbitro ha pensato che lo avessi menato e mi ha espulso. Aggiungo una cosa in merito...".
"Durante l'ultimo Sporting-Bologna di Champions League ero nel tunnel per una televisione. Vincenzo Italiano mi ha riconosciuto, ma io no (ride, ndr). Ha detto: 'Ti conosco, abbiamo giocato contro'. Mi ha fatto molto piacere, visto ciò che sta facendo adesso".
Lo Sporting nel 1999 le ha lasciato anche il ricordo di un allenatore molto attento all'alimentazione: Giuseppe Materazzi, papà di Marco, che curava ogni pasto in maniera maniacale.
"In ritiro mangiavamo di tutto: dolci alla crema, primi e secondi. Materazzi guardava il menù perplesso e il giorno dopo ha deciso: dolci zero, porzioni controllate. In squadra c'era anche Peter Schmeichel, che si chiedeva come potesse mangiare soltanto cento grammi di riso. Gli ho risposto: 'È la vita, amico mio'".

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