Gazzetta dello Sport
28. august 2026
Il tempo del dolore è infinitamente più lungo di quello della vita normale. Non passa mai, ti si appiccica alla pelle, ti penetra nelle viscere, ti scuote, ti fa tremare. E, soprattutto, si dilata, si gonfia dentro di te come un palloncino e diventa talmente grande che il tuo corpo non riesce più a contenerlo, e allora ti abbandoni, stremato, alla sua volontà e al destino che qualcuno ha scritto per te.
Ramiro Castillo, centrocampista boliviano di discreto talento, ha sperimentato su di sé la potenza di questo terribile fenomeno, che se non viene attutito si trasforma in maledizione, e, alla fine, ha alzato le mani in segno di resa e si è dichiarato sconfitto.
Calendario alla mano, ha resistito per 115 giorni che sono 2.760 ore le quali, tramutate in minuti (perché il dolore è un istante che si misura in brevi frazioni di tempo), diventano 165.600. Dal 26 giugno al 18 ottobre (del 1997), da un giovedì a un sabato, e poi stop: si spengono le luci, si recitano i "mea culpa", si chiede perdono a chi resta e si parte per il viaggio più lungo.
Ramiro Castillo lo chiamavano Chocolatin, per via del colore della pelle. I compagni di squadra guai per lui: sempre disponibile, sempre pronto a farsi in quattro per gli altri, la parola "sacrificio" impressa sulla pelle come un marchio di fabbrica.
Tutti gli volevano bene e tutti lo consideravano un punto di riferimento: a lui si chiedeva un parere, un consiglio, a lui ci si appoggiava quando le cose non filavano per il verso giusto e allora c’era bisogno di qualcuno che sapesse tenere in mano la bussola e indicasse la strada. Ramiro Castillo era questo: un uomo, un giocatore, che con la sua calma e la sua saggezza aveva la capacità di guardare lontano, oltre i confini del presente.
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