Gazzetta dello Sport
26 Eylül 2026
Vestire la maglia azzurra dei grandi. Con i grandi, e contro i grandi. Domani, nel Mondiale di Montreal, succederà a Lorenzo Mark Finn, a 20 anni ancora da compiere: più giovane di Giuseppe Saronni a San Cristobal nel 1977, da sempre il parametro per eccellenza della precocità.
Questo ragazzo ligure ci arriva con la calma dei forti(ssimi) e l’aura del predestinato, per quanto già ha mostrato e realizzato nelle categorie giovanili: iridato juniores nel 2024 a Zurigo (da più giovane in gara), iridato Under 23 l’anno scorso (idem) in Ruanda, si è preso poi nell’arco di tre mesi le due corse a tappe più importanti della categoria: il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir.
Lollo, come lo chiamano mamma Chiara (genovese) e papà Peter (di Sheffield), è più che pronto al grande salto e il motto con il quale si presenta all’appuntamento canadese (“Dare il massimo, fare il meglio”) dice già parecchio, dopo un malanno post Tour de l’Avenir che gli aveva fatto venire la febbre alta e perdere qualche giorno di allenamento.

Lorenzo, i piani non erano questi: tu dovevi difendere il titolo iridato negli Under 23 e solo l’anno prossimo, sempre in maglia Red Bull, passare definitivamente tra i professionisti. Quando e perché i programmi sono cambiati in chiave Mondiale?
"L’idea è venuta, prima di tutto, a me. A inizio luglio, al Sibiu Tour in Romania, ho vinto le prime corse tra i pro’. E ne ho parlato con il mio allenatore, John Wakefield, chiedendogli che cosa ne pensasse: al Mondiale Under 23 sarei stato obbligato a vincere, qualsiasi altro risultato sarebbe stato considerato una delusione. Avuto il suo parere favorevole, ne ho parlato con la Federazione e… eccoci qui".
"Gareggiare tra i pro’ così giovane, contro tutti questi campioni è già di per sé qualcosa di straordinario, un sogno che si avvera. Abbiamo sicuramente una squadra forte e daremo il massimo. Io spero di sentirmi bene e sarebbe bello essere ancora lì nel finale. La Nazionale non ha uno dei primissimi favoriti, ma in diversi possono svolgere un ruolo importante nei momenti cruciali. Mi riferisco a Ciccone, Pellizzari, Bettiol. E se così fosse, la superiorità numerica potrebbe diventare la nostra forza".
"Proprio così. Potrò gareggiare più spensierato e vedere a quale livello mi trovo rispetto a quelli che saranno i miei rivali a partire dal prossimo anno. È il momento giusto per farlo. In un primo momento si era pensato di correre pure l’Europeo in Slovenia, la prossima settimana. Ma non sarà così. Parteciperò a delle gare in Italia, come il Giro dell’Emilia e la Tre Valli Varesine".
"Remco Evenepoel, Isaac Del Toro, Paul Seixas. Ma anche Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert".
"No, ma Montreal è un posto speciale per la famiglia perché i miei genitori ci hanno vissuto per 18 mesi, qualche anno prima che io nascessi. Nel bagaglio le cose più importanti sono gli… adattatori per le prese di corrente! Ma devo dire che è stato speciale anche il semplice piegare il completo della Nazionale".
Dalla doppietta che hai fatto, Giro Next Gen e Tour de l’Avenir, qual è la lezione più grande che hai imparato?
"Conoscere meglio il mio corpo. Gestire i ritiri in altura e affrontare le corse da favorito. I risultati mi hanno confermato che è stato giusto restare un altro anno tra gli Under 23, perché mi mancava qualcosa. Basta comparare i risultati del 2026 rispetto a quelli del 2025, quando ero arrivato sesto al Giro e quarto al Tour de l’Avenir. I miglioramenti sono stati evidenti".
"Il Giro Next Gen è organizzato benissimo, sul modello del Giro d’Italia dei grandi. All’Avenir, quest’anno, c’erano salite mitiche che hanno fatto la storia come l’Iseran. E il fatto che si sia chiuso in Italia è stato un bonus, una cosa in più. In Piemonte, per l’ultima tappa, ho sentito urlare il mio nome in strada dall’inizio alla fine".
L’Italia è alla disperata ricerca di un erede di Vincenzo Nibali per i grandi giri. Tu parli perfettamente inglese e non ti dobbiamo spiegare che cosa significhi essere considerato “the next big thing” azzurro. È una pressione ulteriore che senti sulle spalle?
"Non troppo. Cerco di concentrarmi su me stesso, di continuare a fare quello che sto facendo e di crescere passo dopo passo. Non posso controllare ciò che la gente dice o si aspetta, quindi preferisco concentrarmi sul percorso che seguo e vedere dove mi porterà".

Come corridore, quale pensi sia la tua migliore qualità e quale invece l’aspetto che devi migliorare di più?
"Il punto di forza sono le salite. Che siano lunghe o brevi, andare veloce quando la strada pende verso l’alto è probabilmente la mia qualità migliore, e sono abbastanza a mio agio pure nelle prove a cronometro. Posso fare progressi, soprattutto, per quanto riguarda il recupero giorno dopo giorno, e l’adattamento alle gare più lunghe, di cinque o sei ore".
"Pure in quelle devo crescere, e parecchio! Non ci ho lavorato particolarmente quest’anno. Ho curato invece le salite e se fai entrambe rischi di non riuscire bene in nessuna delle due".
Dal 2027 correrai a tempo pieno al fianco di campioni come Remco Evenepoel e molti altri: che cosa significa questo per te?
"È un passo per il quale mi sento pronto. Remco è sicuramente un corridore da tenere d’occhio, e da cui imparare. Assorbire tutto il possibile. Con lui ho già corso quest’anno una cronosquadre della Challenge Maiorca. Abbiamo vinto ma è stata una fatica, lui è stato capace di tenere un ritmo assurdo…".
Hai fatto caso al fatto che la maggior parte dei giovani talenti italiani, te compreso, corrano con la Red Bull? Giulio Pellizzari, Alessio Magagnotti, Davide Donati…
"Sì, è una bella cosa. Anche perché in squadra l’ambiente è ideale, si permette agli atleti di crescere nel modo giusto e senza eccessi. Sono molto contento della scelta che ho fatto".
Il tuo coetaneo francese Paul Seixas, e rivale per eccellenza nelle giovanili, è già arrivato quarto al Tour, e ha preso il bronzo domenica scorsa nel Mondiale a cronometro. È uno stimolo?
"Sì. Vedere i risultati che ha già ottenuto è una fonte di motivazione. Spero di poter arrivare anch’io al suo livello un giorno. Senza dimenticare però che finire un Tour de France quarto a 19 anni è l’eccezione, non la normalità".
"Sai, il primo Tour de France che ho visto è stato quello del 2018, che ha vinto lui. Ma non mi è piaciuto solo in bicicletta, ho ammirato il suo discorso dal podio dei Champs-Élysées. Mi aveva colpito. Ha invitato i ragazzi a sognare in grande, a credere in se stessi e a lavorare sodo nonostante le difficoltà. E poi il gesto, alla fine, di far cadere apposta il microfono, in stile mic drop. Altra cosa che è rimasta storica. Non è un caso che più avanti mi sia appassionato pure al suo podcast".
"Con la famiglia abitiamo a Salto, una frazione di Avegno, più vicino a Portofino che a Genova. Mi sono diplomato al liceo Scientifico e sono fidanzato con Fabiana, che sta per cominciare l’università a Milano. Tra le salite che preferisco ne ho una che sta vicino a casa, il Monte Cornua".

"Sì, me la cavo, anche quando si tratta di preparare qualcosa dopo l’allenamento. Come il risotto ai funghi e la pasta zucchine e tonno".
"Dopo avere fatto un po’ di calcio, che in Italia resta lo sport nazionale, e di tennis. Ma con papà sono sempre andato in bici. Avevo però qualche problema al ginocchio, in particolare il morbo di Osgood-Schlatter, durante l’età della crescita. Avevo dolore se correvo, mentre in bici non avevo problemi e così…".
E così sei arrivato al primo Mondiale professionistico a neanche 20 anni, molto probabilmente ancora una volta da più giovane in gara. Alla fine, saresti soddisfatto se…
"Se avrò dato il massimo, e fatto il meglio".

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