Tuttosport
2026年10月13日

Avvio record per i biancocelesti, al comando con l’Inter. Ringhio ha sconfitto anche gli scettici e ha plasmato un gruppo che per lui è pronto a tutto
La rivincita di Rino. Capolista sottovalutato, schiavo del personaggio calciatore che ne ha rimodellato l'immagine di allenatore tutta garra e poca tattica. «Gattuso grande uomo, ma come tecnico...», è il ritornello amaro che troppe volte ha dovuto ingoiare, giudicato per i singoli risultati che spesso hanno occultato tutto il buono lasciato in eredità.
Se la Lazio oggi mostra i muscoli in un campionato in cui, per molti, avrebbe dovuto sgomitare per salvarsi, è soprattutto merito di Gattuso. Bollato anche a Roma troppo presto come ripiego, vittima di quel contratto firmato in estate che prevede il rinnovo automatico se raggiungerà il 12° posto, interpretato subito come una resa preventiva da una piazza in aperto conflitto con la società.
Un'altra sfida in cui era più facile scottarsi che uscire indenne dalle fiamme. «Non sarei mai venuto alla Lazio senza queste difficoltà - ha ammesso Gattuso -. Ho sempre detto di no a Lotito, ma questa volta ho accettato perché so che questo è un posto dove troverò giocatori disposti a lottare». E per uno che ancora non s'è ripreso dall'inferno di fuoco post Zenica, il copione sembrava scritto.
Specialmente dopo la prima figuraccia a Ferragosto: Lazio sbattuta fuori dalla Coppa Italia dal Mantova, una settimana prima dal via di un campionato che invece ha sovvertito qualsiasi pronostico. 16 punti in sei giornate, cinque vittorie e un pareggio con il Milan, dominato per un tempo prima del ribaltone. Nessun allenatore biancoceleste, neanche Eriksson l'anno dello scudetto, era mai partito così forte.
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