Gazzetta dello Sport
31 août 2026
Fine pena mai. Quel che resta di un campione è la sua figura balbuziente e scontornata nell’ingiustizia che lo vuole definitivamente fragile, esposto allo schiaffo del vento e all'insulto gratuito del tempo che passa, il viso stravolto da una tensione che arriva come un campanello nella controra, la consolazione disonesta del vomito a tradimento, l’intoppo delle lacrime, la fatica che urla il suo diritto dopo tutti gli anni vissuti di corsa, senza sentirla.
Novak Djokovic non è più lupo, non è entrato nell’inverno, ha provato a tenerlo lontano aggiungendo tie-break agli anni, sono già trentanove, ma è stato l’inverno a congelarlo nel tempo dell’equivoco e delle domande inopportune. Ha senso continuare così? Portare in giro il simulacro di sé stessi? Consumare il rimprovero e la nostalgia, scalfendo di un'offesa non voluta il mito che ci si è costruiti?
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